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Tassa del macinato

Livello: serie

Estremi cronologici: 1678 - 1790

Consistenza: 53 unità

La tassa del macinato fu istituita come imposta indiretta nel periodo del principato mediceo e, assieme ad altre imposizioni indirette, andò ad incrementare le entrate del nuovo stato che si andava ingrandendo e riorganizzando.

Con la legge dell'8 ottobre del 1552,1 venne introdotta la "gabella delle farine", una tassa a carattere transitorio che gravava non soltanto sul grano, ma su tutte le "biade", da pagarsi al momento della "molitura".2 Istituita per motivi contingenti, per far fronte cioè alle spese militari dovute alla guerra contro Siena, divenne non solo una delle voci stabili di entrata, ma addirittura "una delle più cospicue":3 la tassa andava a rifornire la Depositeria, la più importante cassa del Granducato, e in parte a finanziare gli interessi del debito pubblico toscano pagati dai Monti.

La legge del 1552 sottrasse ai mugnai la possbilità di riscuotere l'imposta e istituì una rete di camarlinghi incaricati dell'esazione e del controllo.

Il sistema di esazione prevedeva che chiunque volesse macinare si rivolgesse ai camarlinghi generali o a quelli particolari, nominati in casi di necessità, per pagare la gabella e ottenere in cambio una polizza da presentare ai mulini quando si macinava il grano. I mugnai furono comunque sia coinvolti nell'esazione, in quanto dovevano ritirare le polizze e mensilmente consegnarle, legate in filze, al podestà che le inviava a Firenze, all'Ufficio centrale per le gabelle. Il sistema mostrò, ben presto, i suoi limiti e nei primi anni del XVII secolo si presero misure volte a garantire maggiore e sicuro gettito.4 Con una nuova riforma del 1652 i podestà divennero anche diretti esattori della gabella; questo per rendere più diretto il controllo.

Ma la riforma più importante della tassa avvenne con Cosimo III. Nel 1670 fu rinnovata la Congregazione delle farine, già istituita da Ferdinando II negli ultimi anni del suo regno, alla quale fu chiesto di trasformare la gabella sulle farine in una tassa personale, abolendo l'uso delle polizze. I lavori della Congregazione terminarono con l'elaborazione di un progetto di ripartizione e di riscossione per via di testatici. Ad ogni comunità venne assegnata una quota fissa annua, suddivisa poi a livello locale fra gli abitanti della comunità.5 Le novità introdotte dalla riforma erano due: da un lato l'introduzione in tutto lo Stato di un sistema di tassa personale che sostituisse la precedente imposta indiretta; dall'altro il trasferimento della responsabilità della riscossione, della compilazione dei reparti e della suddivisione della massa tra gli abitanti, alle comunità. Queste ultime dovevano estrarre da borse apposite i deputati della tassa, scelti fra l'oligarchia locale, ai quali affidare il compito di eleggere il camarlingo incaricato dell'esazione. La riforma tuttavia fu avviata soltanto nel giugno del 1678.6 Secondo quanto già stabilito dal progetto di riforma del 1670 e ripreso nel 1678,7 la ripartizione della tassa doveva avvenire sulla base della denuncia delle "bocche" da parte dei capifamiglia e delle verifiche effettuate dai messi comunitativi.8 Compilato il reparto annuale, in cui le famiglie erano associate in diverse classi sulla base del reddito, il cancelliere comunitativo predisponeva il dazzaiolo che poi veniva consegnato al camarlingo eletto dalla deputazione per riscuotere la tassa.

L'anno finanziario per la riscossione della tassa del macinato andava da giugno al maggio dell'anno successivo e il camarlingo doveva riscuotere la tassa in tre rate successive, articolate sui mesi di agosto, novembre e marzo. Nei mesi successivi alla riscossione, e ancora in tre rate, nei mesi di settembre, dicembre e aprile, il camarlingo rimetteva alla cassa delle Farine di Firenze il totale della tassazione dovuta dall'intera podesteria.