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Comunità di Colle

Sede: Colle di Val d'Elsa (Siena)

Date di esistenza: 1305 - 1865

Intestazioni: Comunità di Colle, Colle di Val d'Elsa (Siena), 1305 - 1865

Contesto istituzionale:

Lineamenti di storia colligiana fino alla sottomissione a Firenze (sec. XI - 1349)
Sorta probabilmente intorno all'XI secolo nella valle del fiume Elsa, Colle viene attestata dai documenti già quale castrum per la prima volta nel 11151. La particolare vitalità che derivava all'intera Valdelsa dalla presenza della via Francigena, aveva favorito la diffusione di una fitta maglia insediativa in quest'area2, che troviamo all'inizio dell'XI secolo oggetto di contesa fra gli Aldobrandeschi e il vescovo di Volterra. Fra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo, conclusasi la fortificazione della parte più alta di Colle, si registra una forte crescita dell'insediamento grazie alla capacità attrattiva esercitata nei confronti della corte circostante e non solo3. Nello stesso periodo, contemporaneamente allo sviluppo urbanistico ed economico, prende forma a Colle un assetto istituzionale di matrice comunale, stretto inizialmente fra le ingombranti presenze delle famiglie comitali degli Aldobrandeschi e degli Alberti, dalle cui schiere sembrano provenire diversi fra i suoi primi consoli e rettori4. Si colloca all'inizio della terza decade del Duecento l'inizio di un periodo di particolare importanza per il centro valdelsano, caratterizzato dal primo mandato di un podestà forestiero nel 1224 e dalla progressiva definizione della curia comunale tramite patti coi comuni limitrofi come Volterra, San Gimignano, Poggibonsi e Casole negli anni immediatamente successivi5. La radicalizzazione dello scontro fra guelfi e ghibellini coinvolse direttamente Colle, non solo da un punto di vista militare per la sua collocazione geografica6, ma anche in relazione al suo assetto politico interno. Contestualmente all'atto di sottomissione al vincitore di Benevento, Carlo d'Angiò, si registra nel 1267 l'organizzazione istituzionale della Parte guelfa colligiana, con la quale i ghibellini verranno alla riconciliazione soltanto nel 12817. Lo stabile inserimento di Colle nell'orbita dei centri alleati a Firenze va di pari passo in questo periodo con l'evoluzione dell'istituto comunale impostato sulla contemporanea presenza di due rettori - un capitano del popolo e un podestà - e della magistratura cittadina dei Dodici che, sottoposta a vorticosa rotazione, sarà l'organo esecutivo di governo locale per circa un quarantennio8. Tali cambiamenti istituzionali, sanciti in via definita dagli statuti del 1307-1308, rendono bene l'idea della "crescita irresistibile" della pars populi colligiana intenta con successo in questo periodo a ritagliarsi uno spazio sempre più ampio nelle istituzioni comunali9. La reazione delle famiglie magnatizie colligiane, fra cui ricordiamo i Picchena, i Tancredi e i Trinchi, costituì l'elemento di maggiore turbativa per la situazione politica fra 1309 e 1322. I momenti più critici per il populus colligiano furono rappresentati dalla rivolta magnatizia, scoperta e debellata nel 1309 e dall'ascesa di Uguccione della Faggiola fra il 1313 e il 1316, che contribuì non poco a dividere trasversalmente gli schieramenti magnatizi e popolari colligiani in guelfi e ghibellini10. A condizionare tuttavia fortemente gli sviluppi successivi fu il tentativo dei ghibellini colligiani di "prendere la terra" nell'aprile 1322 grazie al contributo di "certi ribelli di Firenze"11, immediatamente sventato dalla reazione popolare. La situazione di emergenza venutasi a creare dopo la sortita ghibellina, spianò la strada all'assunzione della signoria di Colle da parte dei Tancredi, antica famiglia di origine feudale che aveva aderito alla Parte guelfa, il cui maggior esponente, l'arciprete Albizzo di Scolaio dei Tancredi, riuscì nel 1322 a farsi nominare capitano del popolo, dapprima pro tempore e dal 1326 a vita12. Coadiuvato dai fratelli Agnolo e Desso, Albizzo per quasi dieci anni, grazie anche all'appoggio di famiglie magnatizie fiorentine come i Rossi, riuscì a mantenere la propria signoria su Colle "soppressando disordinatamente il popolo e chiunque aveva podere ne la terra"13. Le pericolose simpatie ghibelline di Albizzo, definito da Giovanni Villani "amico di Castruccio" nonostante "tutto si tenesse guelfo"14, si concretizzarono nel 1329 col famoso episodio, narrato da Domenico Lenzi, del tradimento annonario dei colligiani che rifornirono di grano i pisani, senza "lasciare vittuaglia a Firenze"15. L'affronto sancì di fatto la condanna della signoria dei Tancredi: nel marzo 1331 una rivolta popolare, della cui spontaneità è difficile non dubitare, pose fine con l'uccisione dei tre Tancredi al loro dominio su Colle e diede avvio ad un ventennale processo che avrebbe portato di lì al 1349 alla definitiva sottomissione del centro valdelsano a Firenze16. Dopo l'uccisione di Albizzo l'influenza fiorentina su Colle cominciò progressivamente ad aumentare: nel timore delle possibili rappresaglie degli alleati interni ed esterni dei Tancredi, nel dicembre 1331 furono siglati i primi accordi di custodia con validità triennale, che prevedevano tra l'altro l'obbligo di nomina di podestà e capitani del popolo fiorentini, accordi poi rinnovati nel maggio 1333 e nel gennaio 133617; a partire dal bimestre maggio-giugno 1337 l'influenza fiorentina cominciò a rendersi evidente anche in campo istituzionale: la magistratura dei Dodici venne riformata sul modello del priorato, supremo organo di governo fiorentino di quel periodo18. Con la permanenza a Firenze del duca d'Atene, Gualtieri di Brienne, a partire dal settembre 1342, Colle seppe approfittare del momento di difficoltà del potente protettore per riaffermare con decisione la propria autonomia, così come era già avvenuto durante la signoria di Roberto di Angiò nel 132619. Il convulso periodo che seguì la cacciata del duca da Firenze avvenuta nell'agosto 1343, segnò l'inizio di una nuova fase della vita politica colligiana, contraddistinta in particolare dall'e- manazione dei nuovi statuti fra 1343 e 134720. Questo breve intermezzo di 'libertà' si concluse con la grande pestilenza dell'estate 1348, che sancì la fine delle velleità autonomistiche colligiane. La crisi demica che ne seguì coincise infatti con l'indebolimento politico di Colle e di molti altri centri ancora indipendenti che non seppero più opporsi all'inevitabile e definitiva soggezione politico-istituzionale a Firenze21.

Il contesto politico e territoriale del Distretto fiorentino fra la seconda metà del XIV e la fine del XV secolo I capitoli stipulati nel febbraio 1349 pur sancendo la definitiva supremazia istituzionale fiorentina, riconobbero un alto grado di autonomia a Colle, reso evidente ad esempio dal diritto di riscossione delle sentenze pecuniarie emanate dai rettori fiorentini e dal mantenimento della propria curia che venne a formare una circoscrizione podestarile compresa all'interno del Distretto di Firenze22. L'esperienza col ligiana per questo periodo non è difforme, nelle sue linee generali di sviluppo, da quelle vissute dal resto dei maggiori centri soggetti a Firenze nella seconda metà del Trecento. Il dominio territoriale fiorentino, fra XIV e XV secolo, appare, secondo un'immagine ripresa da Luca Mannori, come uno Stato-mosaico, uno "Stato di città formatosi per aggregazioni successive e progressive delle une e delle altre e costituente quindi un mosaico di ordinamenti minori tenuti assieme da una fitta trama di vincoli pattizi"23, nel quale la maggiore o minore autonomia accordata a ciascun centro era stata determinata dalla capacità di contrattazione al momento della sua sottomissione alla Dominante. La politica di Firenze nei confronti del dominio fra XIV e XV secolo, non seguì un coerente progetto applicato indistintamente all'intero territorio a lei soggetto, ma fu fortemente legata alla varietà delle situazioni politiche e territoriali localmente incontrate24. In età bassomedievale il controllo del dominio adottato da Firenze si risolse nell'acquisizione delle facoltà giurisdizionali e normative dei vari centri soggetti, ma non sicuramente in una coerente e complessiva riorganizzazione delle strutture istituzionali locali che possano far parlare di un processo di centralizzazione per l'epoca tre-quattrocentesca25. La ridefinizione delle giusdicenze e l'insediamento di rettori scelti da Firenze costituirono i mezzi più efficaci di attuazione di questa politica, così come l'obbligo di sottoporre alla superiore approvazione degli organi fiorentini l'attività legislativa dei centri soggetti. I capitoli di sottomissione riconoscevano infatti in linea di principio alle comunità interessate sia il diritto di conservare e rinnovare i propri statuti, sia soprattutto l'obbligo di chiederne l'approvazione, elemento questo che costituiva il definitivo passaggio dai rapporti di formale accomandigia alla piena sudditanza giu- ridica: del resto anche laddove, come a Colle, i patti di sottomissione avevano affrancato la comunità soggetta all'obbligo di superiore approvazione dei propri statuti, Firenze si dotò di efficaci strumenti di intervento sul piano normativo. Le periodiche Riforme si dimostrarono a tal proposito a partire dall'ultimo quarto del Trecento un ottimo veicolo per importare localmente prassi e norme di origine centrale e per condizionare nel contempo la selezione delle classi dirigenti locali mediante le imborsazioni26. La sottomissione di Colle del 1349 pur accordando la piena potestas statuendi al Comune, aveva di fatto pregiudicato la reale efficacia di questa concessione precisando come, pena la loro nullità, "nulla lex, statutum, provisio vel reformatio seu aliusquovis ordo fiat aut fieri possit in preiudicium iurisditionis vel submissionis Terre Collis date seu facte Comuni Florentie, per quam seu quod dicta iurisditio Comunis Florentie diminueretur, detraheretur vel maculeretur"27. I secondi capitoli di sottomissione stipulati nel 1481 confermarono la possibilità per i colligiani "de novo condere et facere sibi statuta, leges et ordinamenta de rebus ad eorum regimen et gubernationem oportunis" purchè all'esame del podestà fiorentino non si fossero rivelati "contra ecclesiasticam, libertatem aut catholicam Partem guelfam nec contra honorem, leges vel ordinamenta populi et Communis Florentie"28. I capitoli del 1349 delimitarono quindi gli spazi di autonomia entro i quali i colligiani si trovarono ad operare fino alla piena età cosimiana, non senza tensioni o attriti con le autorità fiorentine. Se la subordinazione a queste ultime non potè mai dirsi in discussione si può senz'altro notare che i colligiani difesero con forza tali spazi dagli 'sconfinamenti' fiorentini, riuscendo spesso a preservare i propri 'privilegi' nella gestione delle risorse comunitative facendo appello a seconda dei casi ora a quanto definito, ora a quanto non definito in sede di sottomissione29. Caso esemplare in questo senso fu l'opposizione colligiana, così come di altri centri, alla creazione del catasto nel 142730, cui si possono aggiungere episodi meno noti come quello dell'efficace resistenza alla paventata riconduzione delle maggiori comunità del Distretto sotto il controllo dei Cinque Conservatori in materia di spese comunitative31, ambito quest'ultimo che Colle riuscirà a preservare sino all'ultimo quarto del Cinquecento32. Dai toni decisamente più sommessi furono invece i tentativi di sottrarsi a quanto riconosciuto come legittimamente spettante alla Dominante: le provvisioni colligiane a partire dalla seconda metà del Trecento e con ricorrenza sempre maggiore nei decenni centrali del secolo successivo ci testimoniano costantemente di suppliche e richieste di sgravi per alleviare la crescente pressione fiscale centrale, cui fecero spesso seguito, in un'accorta alternanza di fermezza e liberalità, le "gratie" concesse delle autorità fiorentine ai "figliuoli dilettissimi" colligiani33.


Storia amministrativa:

Il contesto politico e territoriale dello Stato vecchio in età medicea (secoli XVI-XVIII) La politica di controllo del dominio da parte di Firenze non può essere considerata nel suo insieme come un processo lineare ed omogeneo in una prospettiva di lungo periodo, ma fu caratterizzata da varie fasi che corrisposero all'adozione di strumenti ed orientamenti diversi. Se il periodo fra XIV e XV secolo è riconosciuto come una "fase di intensa costruzione di apparati pubblici più stabili", il Quattrocento avanzato registrò invece una gestione meno innovativa sul piano strutturale ma più privatistica e diretta nei confronti delle singole componenti territoriali attraverso il ricorso a rapporti di tipo clientelare soprattutto in età laurenziana1. Con l'avvento del principato mediceo di Cosimo I la politica nei confronti del dominio può dirsi caratterizzata da entrambi gli atteggiamenti. L'età cosimiana si contraddistinse infatti per la profonda riorganizzazione istituzionale degli apparati centrali, i cui interventi tuttavia trovarono un deciso correttivo nell'azione personale del duca, cui spesso in via risolutiva le comunità e i privati si rivolgevano. A partire dal suo insediamento nel 1537, Cosimo I diede avvio ad un progetto di omogeneizzazione e razionalizzazione degli strumenti di controllo dei centri soggetti che accompagneranno la storia dell'intera Toscana medicea fino alle riforme lorenesi e oltre. La politica del futuro granduca, sin dai primi anni, fu punteggiata da tutta una serie di riforme istituzionali di chiaro segno accentratore, che si esplicarono nella riqualificazione di istituzioni centrali già esistenti e nella creazione di nuovi organi, ferme restando tuttavia ampie aree di privilegi giurisdizionali, accordati ai centri di maggiore ampiezza e tradizione, come Colle2. Nel 1560 con la creazione dei Nove Conservatori della giurisdizione e del dominio fiorentino, il potere ducale si dotò di uno strumento controllo amministrativo sulla periferia, con compiti e prerogative via via sempre più articolati ed ampi, che andavano dalla giurisdizione sui contenziosi sorti fra le comunità del Contado e del Distretto, fino ai controlli amministrativi su confini, rendite e spese comunitative3. In questo contesto un ruolo sempre più importante fu assunto dal soprassindaco dei Nove, di nomina ducale, incaricato di vigilare sulla conservazione dei beni, sull'amministrazione delle entrate comunitative, sulla legittimità delle elezioni dei sindaci e dei giusdicenti, sulla liceità del loro operato e delle deliberazioni comunali sull'amministrazione di beni e rendite4. I referenti periferici del potere centrale fino a quel momento erano stati i giusdicenti delle comunità, con quanto derivava dalla loro generale inefficienza sul piano giudiziario e amministrativo. La debolezza cronica delle forze 'statali' periferiche non era che un riflesso della sproporzione fra le esigenze organizzative del dominio e le esigue possibilità finanziarie delle casse statali, svuotate in questo periodo dalle imprese belliche ed edili cosimiane5. La novità rappresentata dalla politica cosimiana fu essenzialmente costituita dalla progressiva erosione dell'autonomia amministrativa comunitativa, lasciata intatta fino ad allora dal momento delle sottomissioni trecentesche. Ciò fu reso possibile vigilando centralmente in modo capillare sull'impiego delle risorse delle comunità e imponendo a livello locale tutta una serie di nuovi compiti che ben si sposavano con i progetti di gestione del territorio. L'estensione progressiva della sfera d'intervento centrale non si fondò sullo smembramento del particolarismo originario, ma piuttosto sulla sua conservazione, attraverso la valorizzazione e la responsabilizzazione delle stesse strutture comunitative, in molti casi di origine bassomedievale6. Concettualmente, rispetto all'idea bassomedievale di stato cittadino, incentrata sì sul trasferimento della titolarità della iurisdictio alla Dominante, ma di fatto anche sul mantenimento da parte della soggetta della capacità di administratio, il processo messo in atto dalla politica medicea, con la progressiva perdita da parte delle comunità della capacità di libera gestione delle proprie risorse finanziarie e patrimoniali, segnerà un radicale cambiamento nel corso dell'Età moderna, con la sottomissione dell'esercizio di tali prerogative al controllo dell'autorità centrale e l'imposizione di un numero sempre crescente di oneri e prestazioni giustificati in nome degli interessi particolari delle comunità, senza che a queste fosse tuttavia consentita la minima discrezionalità nella loro applicazione7. È importante affermare come questo processo di organizzazione e controllo del dominio attuato a partire da Cosimo I non si basò sul completo sovvertimento dell'assetto territoriale e comunitativo dello Stato vecchio, ma si inserì con maggiore decisione e coerenza di intenti nel solco già tracciato nel recente passato repubblicano, attraverso una progressiva appropriazione delle strutture delle stesse comunità. L'evoluzione della figura del cancelliere ci testimonia bene di questo processo di 'statalizzazione' delle strutture comunitative nello Stato vecchio8. Notaio attuario del comune nel Trecento, il cancelliere a partire dal secolo successivo era stato localmente investito di incombenze sempre più rilevanti nella vita amministrativa delle comunità. La supervisione sulle pratiche elettorali degli uffici comunitativi, la gestione documentaria dei crediti del comune e soprattutto la facoltà di spiccare gli ordini di pagamento (le "polize"), senza i quali nessuno stanziamento poteva essere liquidato, avevano fatto del cancelliere il garante e il revisore ultimo del corretto svolgimento delle attività comunitative fin dall'inizio del XV secolo. Acquisendo nel 1565 il diritto di nomina dei cancellieri, il potere centrale veniva così a disporre di un esplicito e stabile controllo su queste funzioni, che già nei decenni precedenti erano state condizionate con maggiore o minore efficacia, attraverso la frequente nomina di funzionari 'suggeriti' e proposti centralmente9. La circoscritta autorità delle singole cancellerie venne progressivamente dilatandosi in età medicea, fino a sovrapporsi alle divisioni circoscrizionali già esistenti con finalità diverse, come quelle giudiziarie, col risultato finale, la sostanziale novità, che solo le comunità più importanti ebbero una cancelleria propria destinata a comprendere le comunità limitrofe10. Alle singole cancellerie fu attribuito il compito, percepito come necessario e consequenziale all'opera di controllo, di concentrare e conservare la documentazione archivistica di tutti gli organismi pubblici operanti nell'ambito territoriale competente, non più coincidente con quello delle singole comunità ma con un certo numero di esse, compresa quella prodotta dagli ufficiali giudiziari diversamente da quanto stava accadendo nello Stato nuovo senese11.