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Nuova comunità di San Giovanni

Livello: fondo

Estremi cronologici: 1773 - 1808

Consistenza: 71

marzo 1773 - dicembre 1808 Uno degli elementi portanti del progetto di riassetto dell'ordinamento istituzionale della Toscana che caratterizzò l'esperienza di governo del granduca Pietro Leopoldo di Lorena è da identificarsi nella riforma delle amministrazioni comunali, realizzatasi tra il 1772 e il 1786. Nella prospettiva di un profondo mutamento del rapporto tra potere centrale e comunità soggette, la riforma comunitativa intervenne, infatti, a modificare secolari assetti di autogoverno locale, attraverso la proposta di un nuovo modello amministrativo e di rappresentanza incentrato su quella che è stata definita la comunità dei "possessori" 1 . L'impianto normativo di riferimento fu definitivamente formalizzato nel 1774, con l'emanazione dei regolamenti generali per le comunità del contado e per quelle del distretto fiorentino, cui fecero seguito immediatamente i regolamenti comunitativi particolari, in cui erano fissati, caso per caso, la circoscrizione territoriale delle nuove strutture e il numero dei residenti nelle magistrature 2 . In alcune comunità campione, tuttavia, già nel biennio precedente, si era proceduto all'applicazione del nuovo modello normativo ancora in via di definizione. In particolare tra il settembre 1772 e il febbraio 1773 furono emanati i provvedimenti applicativi relativi alle comunità di Volterra ed Arezzo per il distretto e alle dodici comunità comprese nel vicariato di San Giovanni per il contado 3 . La nuova struttura amministrativa denominata comunità di San Giovanni entrò, quindi, in funzione dal primo maggio 1773 4 e riunì i popoli di San Giovanni Battista, San Lorenzo, San Salvadore in Vacchereccia, San Cipriano e Santa Maria a Mamma, che avevano costituito l'antico comune, e quelli di San Piero a Montegonzi, San Silvestro a Montaio, San Michele in Colle, San Donato a Castelnuovo, San Martino e San Niccolò in Pian Franzese e Santa Cristina a Meleto, già appartenenti alla lega d'Avane. Soppressi tutti i precedenti organi amministrativi e di governo, la comunità fu retta da un Magistrato comunitativo e da un Consiglio generale. Del Magistrato facevano parte il gonfaloniere e dieci "rappresentanti", scelti con il vecchio sistema dell'imborsazione ed estrazione, tra i soli proprietari di beni immobili situati nel territorio comunitativo; il Consiglio generale era composto dai membri del Magistrato e da undici deputati in rappresentanza dei popoli della comunità, nominati con lo stesso sistema, ma tra "tutti i capi di famiglia, contadini, lavoratori e artigiani e possessori di beni stabili situati nel popolo" 5 . In applicazione del regolamento generale per le comunità del contado tutte le imposte ordinarie e annuali, che la comunità aveva corrisposto fino ad allora alle casse statali per contribuire alle spese generali del Granducato e a quelle per il funzionamento del vicariato, furono sostituite da una "tassa di redenzione" da versarsi alla Camera delle comunità di Firenze, il cui ammontare risultò inizialmente fissato nel regolamento particolare 6 . Per il reperimento di tale somma, e di quelle necessarie a far fronte alle esigenze di funzionamento della comunità, venne mantenuta - con la nuova denominazione di "dazio dei lavoratori e testanti" - l'imposta a carico di mezzadri e artigiani, e ne venne introdotta una nuova, che colpiva i proprietari di beni immobili, denominata "dazio dei possidenti" 7 . I proprietari di beni immobili continuarono tuttavia a corrispondere al comune di Firenze anche la tassa dovuta a titolo di "decima", risultando in tal modo gravati da una duplice tassazione fino al 1782, quando la riscossione della decima fu delegata alle comunità e la tassa venne di fatto assorbita nel dazio dei possidenti 8 . La responsabilità dell'amministrazione finanziaria e contabile continuò ad essere ripartita tra il cancelliere e il camarlingo comunitativo, cui competevano la riscossione delle entrate e la liquidazione delle spese e la relativa contabilizzazione. Secondo quanto previsto nei regolamenti il camarlingo poteva ricoprire l'incarico al massimo per un triennio ed era scelto, con il consueto meccanismo dell'imborsazione e tratta, tra i possessori di beni immobili abili a risiedere nel Magistrato.



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